Una festa per Boris di Thomas Bernhard

Regia scene e costumi di Sabrina Pratesi (2017).
Interpreti: Sabrina Pratesi, Stefania Rustici, Michela Parzanese, Stefano Colombani, Fausto Raggioli, Claudio
Benassai, Gianni Giusti, Ambra Domenici e Pino Bernardoni. Foto di scena: Simone Lippini, Gabriele Collini e Alessandro Coppini.

“Una festa per Boris” è il primo testo teatrale di Thomas Bernhard, un pò beckettiano. La Buona, una ricca borghese, non smette mai di scrivere e di parlare, usa un linguaggio distaccato, frettoloso, ripetitivo. Lei è mostruosa, fragile, distruttiva ed ha bisogno di amore, terrorizza le persone che le stanno intorno, soprattutto Johanna, la domestica che accetta apparentemente tutti i suoi stati d’animo. Boris, il secondo marito della Buona, è l’uomo che per qualche istante dà ai suoi amici del ricovero la speranza di una condizione utopica di possibilità. Gli invitati del ricovero vivono in un spazio-tempo altro, in un mondo dove anche i nomi si scambiano in modo casuale, raccontano i loro sogni, parlano delle loro mancanze, delle loro debolezze, dei loro disagi, e anche della loro voglia di vivere nonostante tutto.

Si gioca con l’artificio teatrale, che rivela il lato ridicolo di quello che avrebbe potuto essere altrimenti solo una tragedia, per creare alternanza alle situazioni impossibili. Follia, umorismo graffiante, varie maledizioni, fascino ossessivo con giochi di potere e di dominio, la carità apparente dei ricchi, non manca nulla a questa opera intitolata ironicamente “Una festa per Boris”

L’urlo di Muck

L’urlo di Muck” (2014) è uno spettacolo teatrale della durata di 65 minuti. I testi sono tratti da alcuni monologhi e racconti di Stefano Benni. Gli interpreti sono: Sabrina Pratesi e Stefania Rustici. L’ideazione, le riprese e montaggio video, la costruzione delle maschere a cura di Sabrina Pratesi.

“L’urlo di Muck” racconta di donne fraintese, una più bizzarra dell’altra, che appaiono ciò che non sono: una che inventa filastrocche contro il satanasso che la abita, una Vip che vive in un allevamento modello , un’adolescente che vive nel Paese delle Meraviglie, un mondo dalle luci fredde e dai colori al neon, sporco di nevischio inquinato.

Ogni personaggio parla di solitudine ed ha un modo proprio di rappresentarsela, di viverla e perché no, d’immaginarsela; poi ci sono anche quelle solitudini imposte dalla società, dai mezzi di comunicazione…

Da sottolineare che il tutto è affrontato con uno sguardo ironico ed il sarcasmo è al limite del grottesco, i personaggi sono sempre in bilico tra reale e surreale, tra il perdersi ed il ritrovarsi.

La chiave dell’ascensore di Agota Kristóf

Regia di Sabrina Pratesi. Interpreti: Marco Lombardi, Sabrina Pratesi e Francesco Scatarzi.

Scene, costumi e organizzazione: Adriana De Franchis.

Foto di scena: Simone Lippini e Simone Chelucci.

Anno di produzione 2020

Il testo di Agota Kristóf è incalzante, implacabile, asciutto, secco, tagliente, nudo e feroce come la verità. A dare inizio alla storia è una fiaba: una castellana che attende il suo principe e invecchiando continuerà ad aspettarlo; il linguaggio drammaturgico qui scelto induce ad un sentimento di quiete nello spettatore, ma fa anche intravedere qualcosa di terribile.
Una donna sola, che vive in un’abitazione isolata e immersa nel bosco, lontano dalla città, è segregata in casa dal marito. La foresta, che circonda la casa, diventa luogo e possibilità dove ci si può perdere e abbandonarsi a ciò che ci è estraneo, all’incontro con il nuovo, ma la paura e il non fare niente fanno scivolar via ogni possibile felicità.

Il marito ci fa credere, in certi momenti, di amare davvero la donna, ma può esserci amore quando si toglie la dignità alla persona che si dice di amare? Nel finale la donna grida la sua storia con l’unico mezzo rimastole, la sua voce. E’ la sua rivolta.
P:S. Ma la storia che ci hanno raccontano sin da bambine, del principe azzurro, è così necessaria per la nostra felicità?